SOCIAL FRAMES #socialcommandments

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di ERMINIA CARDONE

Negli ultimi venti anni il web ed i media digitali hanno contribuito al rapido cambiamento nei comportamenti e nelle modalità di comunicazione delle persone. Nel Web 2.0 la percezione dell’interattività si traduce nella partecipazione alla creazione di contenuti e di relazioni nella comunità virtuale. Ma oggi che l’interattività è diventata capillare e generalizzata ha svelato il suo lato oscuro. Per il filosofo Robert Pfaller oggi l’interattivita si è trasformata nel suo opposto cioè in “interpassività”.
L’interpassività è intesa da Pfaller come “un piacere di consumo delegato”: il piacere di consumare contenuti viene delegato alla tecnologia. Un esempio di come questo accade è quando in una fiera o in una biennale d’arte l’opera non è fruita direttamente dai visitatori, ma dai loro smartphone, schermi, obiettivi. Questo ci porta a un cambiamento nelle attività delle funzioni mentali cioè a non fruire direttamente dei contenuti, ma a trarre piacere solo a sapere di averne accesso; ad esempio ce ne accorgiamo quando scrolliamo pagine senza una vera attenzione ai contenuti, il piacere viene dall’uso del mezzo stesso e in questo si esprime l’interpassività.
L’interpassività dilaga grazie alla viralità delle immagini e delle notizie la cui quantità ci travolge e che ci ha reso di nuovo passivi spettatori. La possibilità di clonare e trasferire il contenuto digitale all’infinito ci ha immerso totalmente in un mondo fatto di pixel e bit e questo minaccia di togliere concretezza alla nostra fisicità e alle nostre azioni.
Il piacere di consumo delegato si apre ad altre sfumature di significati quando si parla di likes e followers. Likes e followers sono il motore dei social. Non è un caso che in internet si trovi un numero elevatissimo di pagine di consigli su come ottenere attenzione sui propri profili o come pubblicare post di successo. Oggi il web abbonda di decaloghi per il successo sociale fatti da regole da seguire che non sono altro che applicazioni di comportamento che tolgono spazio al pensiero critico del mezzo che usiamo. L’interpassività ci tiene al guinzaglio: seguiamo codici di comportamento virtuale già prestabiliti ed è come se cercassimo approvazione non dagli utenti in carne ed ossa, ma dagli algoritimi, da calcolatori tarati su parametri di successo e di adesione al modello, con una conseguente smaterializzazione del dato reale. “Collage post frames nasce” da queste riflessioni sulla viralità delle immagini e delle notizie, sull’interattività trasformata in interpassività, l’evento reale assorbito in un infinito baratro di pixel, tag e link.